venerdì, 5 Giugno 2026

Diplomazia dell’idrogeno verde: costi, geopolitica e sicurezza energetica globale

Perché l’idrogeno verde non è solo una soluzione climatica, ma una leva strategica per il nuovo ordine energetico globale

Sebbene l’idrogeno sia spesso descritto come una molecola pulita, la quasi totalità della produzione globale avviene ancora a partire da combustibili fossili, attraverso processi industriali responsabili dell’emissione di centinaia di tonnellate di anidride carbonica ogni anno, ridimensionando radicalmente la sua reputazione ambientalista.

Di fatto, a differenza dell’idrogeno tradizionale, l’idrogeno verde è l’unica forma di idrogeno compatibile con una strategia climatica credibile. Viene prodotto tramite elettrolisi dell’acqua, utilizzando elettricità proveniente esclusivamente da fonti rinnovabili – come solare ed eolico – e consente un processo a emissioni operative nulle. Inoltre, non trattandosi di un’attività estrattiva, ma di un processo di conversione energetica, la sua produzione può teoricamente avvenire in qualsiasi area dotata di energia rinnovabile abbondante.

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Dal punto di vista fisico, l’idrogeno presenta la più alta densità energetica per unità di massa, pari a circa 120 MJ per chilogrammo, quasi tre volte superiore a quella della benzina. Tuttavia, a temperatura ambiente la sua densità energetica volumetrica è molto bassa, rendendo complessi lo stoccaggio e il trasporto. L’idrogeno può essere conservato allo stato gassoso o liquido, ma quest’ultima opzione richiede infrastrutture criogeniche avanzate, poiché l’idrogeno liquido bolle a –252,8 °C. Tali limiti fisici incidono direttamente sui costi infrastrutturali lungo l’intera filiera.

Sul piano geopolitico e industriale, la Cina detiene circa il 60% della produzione mondiale di idrogeno verde, consolidando una posizione dominante lungo la filiera. Allo stesso tempo, il maggiore potenziale di espansione futura si concentra nelle regioni ricche di sole e vento, come Africa, Americhe, Medio Oriente e Oceania. Non a caso, circa il 40% dei progetti di idrogeno verde è localizzato in aree aride, dove la produzione combina desalinizzazione dell’acqua e riutilizzo delle acque reflue, integrando tecnologia energetica e gestione sostenibile delle risorse idriche.

Secondo le stime dell’Hydrogen Council, l’idrogeno a basse emissioni potrebbe coprire fino al 20% del fabbisogno energetico globale e dare origine a un mercato dal valore di 2,5 trilioni di dollari entro il 2050. Tuttavia, il futuro dell’idrogeno non sarà determinato esclusivamente dalla disponibilità di risorse naturali o tecnologiche, bensì da una competizione strategica e diplomatica tra Stati.

È doveroso evidenziare che, in questo scenario, la geopolitica dell’idrogeno diventa un fattore centrale nel ridefinire nuovi equilibri energetici e di potere globale.

La geopolitica della transizione energetica

Nonostante il suo potenziale strategico, la produzione di idrogeno verde rimane oggi significativamente più costosa rispetto a quella di idrogeno grigio o blu. Il principale fattore di costo è rappresentato dall’elevato prezzo degli elettrolizzatori, una tecnologia ancora in fase di maturazione industriale. A ciò si aggiunge il fatto che il processo di elettrolisi è fortemente energivoro, riducendo l’efficienza complessiva soprattutto in assenza di elettricità rinnovabile a basso costo.

Un’ulteriore criticità riguarda le difficoltà di conservazione e trasporto dell’idrogeno, dovute alla sua densità energetica volumetrica estremamente bassa rispetto ad altri combustibili. Questo rende necessari sistemi di stoccaggio complessi e infrastrutture dedicate, aumentando ulteriormente i costi lungo l’intera catena del valore.

Va inoltre considerato che l’attuale rete infrastrutturale globale è stata progettata per i combustibili fossili, non per l’idrogeno. Adattare oleodotti, reti di distribuzione, sistemi di stoccaggio e impianti industriali all’idrogeno rappresenta quindi una sfida ingegneristica di enorme portata, che frequentemente richiede la sostituzione completa delle infrastrutture esistenti e investimenti di capitale molto elevati.

Infine, il mercato dell’idrogeno verde è ancora in una fase iniziale di sviluppo. Per attrarre capitali privati e investimenti su larga scala, è indispensabile un quadro normativo chiaro, stabile e prevedibile, in grado di ridurre il rischio finanziario e garantire la sicurezza degli investitori in un settore ancora emergente.

Secondo alcune proiezioni, entro il 2050 l’idrogeno pulito potrebbe coprire circa il 12% della domanda energetica globale, grazie a una produzione basata prevalentemente su fonti rinnovabili, con un contributo complementare del gas naturale abbinato alla cattura e stoccaggio del carbonio (CCS). Tuttavia, nonostante il continuo calo dei costi delle energie rinnovabili, il trasporto dell’idrogeno resta una delle voci di costo più elevate. Questo elemento sta già spingendo i Paesi a privilegiare partnership energetiche regionali, favorendo la nascita di nuove alleanze geopolitiche basate sull’energia.

Uno scenario di questo tipo potrebbe portare a una maggiore frammentazione del mercato globale dell’idrogeno e a una competizione più intensa, rendendo sempre più difficile per un singolo Paese esercitare una posizione dominante lungo l’intera filiera.

L’attuale crisi dello stretto di Hormuz

La crisi dello Stretto di Hormuz, esplosa a partire dal 1° marzo 2026 a seguito delle operazioni militari di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha ridisegnato in poche settimane la mappa dell’energia globale. Attraverso quello stretto di appena 33 km transitano circa il 20% del commercio mondiale di petrolio via mare e una quota equivalente di gas naturale liquefatto, rendendolo critico per la sicurezza energetica dell’Europa e dell’Asia.

Il transito navale è crollato da circa 130 unità al giorno di febbraio a sole 6 nel mese di marzo 2026, una contrazione di circa il 95% rispetto alla normalità. Il Brent ha raggiunto i 126 dollari al barile, il livello più alto dall’inizio del 2022, e alcuni analisti non escludono uno scenario estremo con il petrolio a 250 dollari al barile.

Lo shock ha provocato aumento e volatilità delle quotazioni di gas e derivati, con ripercussioni dirette su carburanti, trasporti e industrie energivore europee. Questa crisi non è solo un’emergenza congiunturale: è la dimostrazione più brutale della fragilità strutturale di un sistema energetico ancora dipendente da un unico corridoio marittimo. Ed è, paradossalmente, un potente acceleratore della transizione verso fonti alternative, a partire dall’idrogeno.

Inoltre, la diversificazione verso l’idrogeno verde smette di essere una scelta strategica di lungo periodo e diventa una necessità immediata. Stiamo già assistendo alla nascita di nuove rotte commerciali e a un’ondata di “diplomazia dell’idrogeno”, con oltre trenta Paesi che progettano strategie di importazione ed esportazione oltre a considerare di diversificare il proprio portafoglio energetico rispetto ai tradizionali partner fossili.

Significativo è il caso degli Emirati Arabi Uniti, che hanno annunciato la propria uscita da OPEC e OPEC+ a partire dal 1° maggio 2026, segnalando una rottura con il modello petrolifero tradizionale: sia gli Emirati sia l’Arabia Saudita stanno esplorando attivamente percorsi verso l’idrogeno blu e verde.

Cosa stanno facendo Europa, Cina e altri Paesi

L’Unione Europea si sta posizionando come uno dei principali promotori globali dell’idrogeno verde, mobilitando circa 1 trilione di euro per la transizione verde nel corso di questo decennio. Questo impegno finanziario si inserisce in una strategia più ampia volta a rafforzare la sicurezza energetica europea e a ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili.

In questo quadro, la crisi di Hormuz – che ha provocato un forte aumento dei prezzi del gas in Europa e messo sotto pressione le industrie ad alta intensità energetica – rafforza ulteriormente la giustificazione politica ed economica degli investimenti nell’idrogeno come alternativa strategica.

La Strategia Europea sull’Idrogeno (2020) stabilisce obiettivi particolarmente ambiziosi per il 2030, tra cui il dispiegamento di 40 gigawatt di elettrolizzatori sul territorio dell’Unione. Inoltre, il Piano REPowerEU (2022) ha elevato il ruolo dell’idrogeno, stimando un contributo pari a circa il 10% della domanda energetica totale dell’UE entro il 2050, soprattutto attraverso la decarbonizzazione dell’industria pesante e dei trasporti difficili da elettrificare.

Ancora, la Commissione Europea ha lanciato la Banca Europea dell’Idrogeno, non come istituto bancario tradizionale, bensì come strumento finanziario pubblico volto a stimolare gli investimenti nella produzione di idrogeno rinnovabile, sia all’interno dell’Europa sia a livello globale.

Parallelamente, la Cina, in qualità di maggiore produttore e consumatore mondiale di idrogeno, sta accelerando la propria strategia nazionale. Pechino dipende dal passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz per circa un terzo delle proprie importazioni di petrolio e le recenti tensioni hanno reso ancora più urgente la diversificazione delle fonti energetiche.

Il governo cinese ha definito obiettivi di medio e lungo termine per l’idrogeno, che includono 50.000 veicoli a celle a combustibile e una produzione annuale di idrogeno verde compresa tra 100 e 200 kilotonnellate. Contestualmente, le infrastrutture di rifornimento di idrogeno sono state sviluppate su scala nazionale, e il vettore è stato integrato nei principali settori industriali strategici.

Il Giappone ha invece abbracciato una visione ancora più radicale, promuovendo il concetto di “società dell’idrogeno”: un futuro in cui l’idrogeno permea l’intera economia, dai trasporti alla produzione di acciaio, dalla fornitura energetica domestica alla generazione elettrica. Le interruzioni delle forniture di GNL dal Golfo verso l’Asia, dovute alla crisi di Hormuz, rafforzano ulteriormente la necessità strategica di questo percorso per Tokyo.

Infine, l’Australia, grazie a una delle più elevate disponibilità al mondo di risorse solari ed eoliche, punta a diventare un hub globale per la produzione e l’esportazione di idrogeno verde. In questo contesto, l’attuale instabilità geopolitica rende il potenziale australiano ancora più rilevante, sia dal punto di vista energetico sia da quello geostrategico.

Idrogeno verde e geopolitica: chi sono i nuovi attori globali?

La crisi dello Stretto di Hormuz ha reso evidente una verità scomoda: il mondo non può permettersi di dipendere da un unico corridoio marittimo per il 20% del petrolio globale. Questa fragilità strutturale accelera la ridefinizione della mappa geopolitica dell’energia, spostando il baricentro verso i paesi benedetti da sole e vento abbondanti — i futuri protagonisti dell’economia dell’idrogeno verde.

Medio Oriente: da esportatori di petrolio a hub dell’idrogeno – Grazie all’elevata irradiazione solare e alle ottime condizioni eoliche, il Medio Oriente ospita alcune delle fonti di energia rinnovabile più economiche al mondo. Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar stanno ridefinendo le proprie strategie energetiche di lungo periodo, posizionandosi come attori chiave nell’ecosistema globale dell’idrogeno verde — e riducendo così la propria esposizione ai rischi geopolitici legati alla chiusura dello Stretto.

L’Arabia Saudita sta costruendo quello che sarà il più grande progetto mondiale di idrogeno verde: una joint venture tra ACWA Power, Air Products e Neom capace di produrre oltre 200 kilotonnellate di idrogeno verde all’anno. Per confronto, il più grande impianto esistente — nella regione dello Xinjiang, in Cina — si ferma a circa 44 kilotonnellate annue. Partner europei come Siemens Energy e Lufthansa hanno già avviato importanti progetti nell’area, segnalando che la diplomazia industriale dell’idrogeno è già in atto.

Africa: la Namibia come modello per il Sud globale – La Namibia sfrutta il proprio enorme potenziale solare ed eolico per costruire un’industria competitiva dell’idrogeno verde, puntando non solo ad aumentare la propria sicurezza energetica e creare occupazione, ma a diventare un esportatore strategico verso mercati chiave come la Germania. Una partnership bilaterale Namibia-Germania facilita lo scambio di tecnologie e know-how, accelerando lo sviluppo di catene del valore locali e sostenibili. In un contesto in cui le rotte fossili tradizionali sono sempre più vulnerabili — come dimostra la crisi di Hormuz — la diversificazione geografica delle fonti di approvvigionamento diventa una priorità geopolitica, non solo ambientale.

Il corridoio SoutH2: dall’Africa al cuore dell’Europa – I ministeri dell’energia di Italia, Germania e Austria hanno firmato un accordo per sviluppare una rete di trasporto dell’idrogeno dal Mediterraneo meridionale all’Europa settentrionale, nota come SoutH2. Il progetto ha ottenuto lo status di priorità dalla Commissione Europea, diventando uno degli assi portanti della strategia di indipendenza energetica europea — una risposta strutturale agli shock di fornitura come quello innescato dal blocco di Hormuz.

Kazakistan: il gigante nascosto dell’idrogeno – L’Asia Centrale entra con forza nel quadro geopolitico dell’idrogeno. Il Kazakistan dispone di un potenziale significativo per l’energia solare ed eolica, ma anche di vaste riserve di gas naturale e siti idonei allo stoccaggio della CO₂, che lo rendono adatto sia all’idrogeno verde che all’idrogeno blu tramite tecnologie CCS (Carbon Capture and Storage).

L’iniziativa più ambiziosa è il progetto Hyrasia One: un investimento da 40-50 miliardi di dollari concordato con il gruppo Svevind Energy, che prevede la costruzione di una centrale rinnovabile da 40 GW nella regione di Mangistau, con l’obiettivo di produrre 2 milioni di tonnellate di idrogeno verde all’anno entro il 2030. Il progetto si collega strategicamente al Green Energy Corridor sostenuto dall’UE, rafforzandone la rilevanza geopolitica.

L’obiettivo europeo: libertà dal gas russo e alternativa alla Belt and Road

Attraverso queste partnership — Namibia, Kazakistan, Nord Africa — l’UE punta a sostituire il gas russo come vettore energetico per le industrie dell’acciaio, della chimica e delle raffinerie. Un meccanismo di garanzia accompagna questa strategia: chiunque esporti idrogeno verso l’UE deve certificarne l’origine verde, innalzando una barriera qualitativa che esclude de facto l’idrogeno grigio e blu non certificato.

Ma la posta in gioco va oltre la sicurezza energetica. Con la sua diplomazia dell’idrogeno, l’UE punta esplicitamente a proporsi come alternativa economica all’Iniziativa Belt and Road cinese, costruendo reti di partnership basate su standard ambientali, trasferimento tecnologico e catene del valore condivise.

Il nodo del costo: quando l’idrogeno verde diventerà competitivo?

Il principale ostacolo alla diffusione dell’idrogeno verde non è di natura tecnologica, ma economica. Il differenziale di costo rispetto all’idrogeno grigio o blu deriva soprattutto dall’elevato prezzo degli elettrolizzatori e dalla necessità di disporre di grandi volumi di elettricità rinnovabile a costi molto bassi. La questione centrale, dunque, non è se l’idrogeno verde sia oggi competitivo, ma quando e in quali condizioni lo diventerà.

In questo contesto, la crisi di Hormuz ha messo in luce in modo inequivocabile i rischi legati alla concentrazione delle forniture energetiche in pochi corridoi strategici. Tale vulnerabilità sta accelerando l’interesse verso soluzioni energetiche più distribuite e meno esposte a shock geopolitici, tra cui l’idrogeno verde.

Non a caso, le regioni caratterizzate da elevata irradiazione solare e ventosità costante — come Medio Oriente, Africa, Asia Centrale e Australia — emergono come attori centrali nella futura economia dell’idrogeno. A differenza del petrolio, però, la produzione di idrogeno verde non dipende da giacimenti localizzati, ma può essere sviluppata su base geografica ampia, ovunque siano disponibili risorse rinnovabili abbondanti.

Tale caratteristica strutturale rende improbabile la formazione di un oligopolio paragonabile all’OPEC, aprendo la strada a un mercato energetico più frammentato, competitivo e resiliente, meno suscettibile a pressioni politiche o ricatti strategici.

Concludendo, nel mondo che emerge dalle crisi energetiche degli anni Venti del XXI secolo, l’idrogeno verde non è più soltanto una tecnologia climatica, ma uno strumento di sicurezza, autonomia e influenza geopolitica. La transizione energetica cessa così di essere una scelta ideale e si afferma come una necessità strutturale fondata sul pragmatismo strategico.

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