sabato, 19 Giugno 2021

Cingolani: «La transizione ecologica è la più grande sfida che l’umanità dovrà affrontare»

«La transizione ecologica è una transizione importante per tutto il Paese. Siccome nel concetto stesso di transizione è insito il fatto che ci sia un inizio e una fine, il mio auspicio è che tra qualche anno il ministero della Transizione ecologica possa diventare il Ministero della Sostenibilità», disse venerdì il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani all’ inizio della due giorni di eventi  organizzati dal Corriere della Sera  in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente.  

In apertura della maratona live il ministro aggiunse nell’ intervista al Corriere della Sera: «Lo sforzo verso le emissioni zero richiederà sacrifici e cambiamenti a tutti. Dobbiamo tutelare i più vulnerabili ed evitare di creare disuguaglianze». «Basta ideologie, pensiamo ai nostri figli. Gli effetti del cambiamento climatico riguardano già loro». 

Come ha ricordato il ministro, a fine aprile il progetto del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), di cui il 31% dei fondi è destinato alla Transizione ecologica, è stato consegnato a Bruxelles. E a fine maggio è stato presentato un secondo grande intervento, con le semplificazioni necessarie «per mettere a terra gli interventi contenuti nel PNRR». «Tutti i parametri su cui si basano le strategie verranno aggiornati continuamente. Questi progetti hanno bisogno della capacità di prevedere. Bisognerà continuare a discutere su aggiustamenti e analisi di nuovi scenari», ha spiegato Cingolani.

«Ciò implica che ci saranno momenti di disaccordo. Abbiamo raggiunto accordi importanti, con trilioni di euro destinati al Green Deal e al Next Generation EU, ma in un continente giovane come il nostro ci sono diversità intrinseche: i termovalizzatori sono ben visti in alcuni Paesi e in altri no, la raccolta differenziata da qualche parte funziona e altrove meno, i francesi spingono per far riconoscere l’energia nucleare prodotta dai micro reattori come verde… Non bisogna temere le cose che non si conoscono, ma studiarle e saper discuter con la mente aperta».

Un tema fondamentale toccato durante l’intervista è stato quello del ruolo dell’Europa nella sfida globale contro il cambiamento climatico: «L’Europa produce il 9% dei gas serra e sta facendo uno sforzo epocale – si parla di trilioni di euro – per andare a zero in trent’anni da oggi».  Cingolani sottolinea però che «questo sforzo non è gratis, richiederà cambiamenti e sacrifici a tutti e genererà scontentezza. Dovremo tutelare le categorie più vulnerabili, si aprirà una stagione di necessità di aiuto sociale più complessa di quella da cui usciamo». Al tempo stesso sarà fondamentale considerare il contesto mondiale. «Se non coinvinciamo gli altri Paesi a condividere il target ci metteremo pochissimo a compensare quel 9% che con grande fatica riusciremo a cancellare».

A questo proposito, uno dei punti principali della COP26 (la ventiseiesima conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che si svolgerà a novembre) è proprio sul come monitorare i Paesi in via di sviluppo. «Noi siamo già cresciuti e la nostra CO2 l’abbiamo già emessa. Ora chiediamo ad altri di non crescere per evitare di peggiorare un problema che abbiamo contribuito noi stessi a creare», osserva Cingolani. «Dobbiamo innanzitutto aiutare questi Paesi e compensare il fatto che ne limitiamo la crescita. Questa transizione planetaria è la più grande sfida che l’umanità dovrà affrontare. La questione non si risolve grazie a venti Paesi ricchi. Ci sono miliardi di persone che muoiono a causa dell’inquinamento presente nelle loro case… Bisogna spiegare questo tipo di problemi a tutti, problemi interni ma soprattutto globali. Ecco il vero motore della transizione ecologica».

In ogni caso, il Ministro si dice ottimista. «Sono contento di vivere in Europa e sono convinto che l’UE può giocare il ruolo di stabilizzatore mondiale. Dobbiamo imparare a guardare con ottimismo alle differenze interne. Mi ha preoccupato di più, parlando con attori internazionali, vedere differenze culturali e storiche che sembrano difficilmente sanabili. Queste differenze hanno un impatto sulla fiducia reciproca tra stati, necessaria per trovare un accordo. La termodinamica del nostro pianeta è compromessa e ne risentiranno già i nostri figli. Ogni anno muoiono 400 mila persone a causa del cambiamento climatico, che costa all’economia globale 1,2 trilioni di dollari all’anno. Per risolvere questi problemi gli stati si devono fidare l’uno dell’altro, dimenticandosi della storia recente e imparando a volere bene ai propri figli più di quanto vogliono bene al proprio passato. L’ideologia è la principale nemica dell’amore verso i nostri figli: ci rende ciechi e non ci fa rinunciare a qualcosa a cui crediamo di tenere, perdendo di vista l’obiettivo globale».

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